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Piselli
La “Dedizione alla Serenissima” era stata per Vicenza un buon affare, scrive Virgilio Scapin ne “ I magnagati”. Da quando erano arrivati i Podestà e le truppe veneziane la città avevano goduto di un nuovo benessere e la popolazione si era arricchita. Gli scambi si erano intensificati, le opportunità di commerci erano cresciute. Risi e bisi, risi e piselli, minestra antica, piatto sacrale che celebrava la Primavera veniva offerto dal Doge il giorno di San Marco, nello sfarzo della sala dei banchetti del Palazzo Ducale, ai patrizi del Maggior Consiglio, ai Procuratori, agli Amministratori, agli Uomini d’Arme. Il piatto doveva essere ricco del verde legume, ogni riso un biso e la primavera, a volte bizzarra, poneva problemi di approvvigionamento. La prima terra che veniva esplorata era nel vicentino, a Lumignano. Terra feconda per il biso, sui Colli Berici, protetta com’è dalle correnti dell’Ovest e dai freddi venti del Nord. Da qui partivano i carri per portare alla Dominante il carico di bisi. A dire il vero il territorio è più vasto perché comprende tutta la fascia pedecollinare quella che va da Longare a Lonigo e non esclude San Germano e Villaga. Da sempre la coltivazione del pisello è presente in questi territori e senza voler citare le nobili origini (sembra che negli scavi di Halicat in Turchia (5.500 a.C.) se ne siano trovate tracce) e l’ampia diffusione fra i Greci ed i Romani (lo chiamavano pisum i nostri progenitori e per arrivare a biso il passo è breve!) dobbiamo però sottolineare come la presenza dei monaci Benedettini nei nostri territori, fin dall’anno mille, ne abbia determinato la diffusione.
Bisi, protagonisti sul piatto Il resto lo fecero i nostri contadini: la semina autunnale permetteva produzioni precoci, oltre che abbondanti e la varietà, nana, impiegava minor tempo per crescere, non richiedeva rami per fare i tutori (fra l’altro i terreni sono le masiere, piccole terrazze strappate alla roccia, ove persino il letame veniva portato con gerle) e godeva del caldo del sole su questi lembi rocciosi, il che permetteva di avere una maturazione precoce, a tutto vantaggio del pranzo del Doge per San Marco!. Col tempo si sono succedute diverse varietà, dal Principe Alberto (ed Umberto) al Piccolo Provenzale, dal Palladio (omaggio dovuto ad un nostro Grande) ai “Chiodoti”, dall’Espresso Generoso al Serpentino, tutti con caratteristiche ben precise: dolcezza e morbidità. In questo grande merito va attribuito all’Istituto di genetica Strampelli di Lonigo ed all’agronomo Marangoni, autorità indiscussa in materia, che stanno lavorando ancora per selezionare una varietà univoca, la varietà dei Berici, ottenuta dalla riconsiderazione di diversi piselli sperimentali, nell’ottica di una domanda sempre crescente. Perché i nostri bisi, dopo gli anni ’50, quando il boom economico ha sottratto tante braccia al mondo agricolo, hanno vissuto un periodo di “depressione” cosicché la coltivazione si è rarefatta ed era rimasta in mano ai vecchi, fedeli custodi di una tradizione che comprendeva questo legume, in dimensione quasi esclusivamente di carattere alimentare. Si deve alla ristorazione, ancora una volta, se negli ultimi anni si è avuta un’inversione di tendenza, se l’interesse si è rianimato, se la bontà ha fatto agio sul prezzo e la fatica di produrre sulle masiere, in condizioni ambientali di una certa difficoltà, sono ripagate da un prezzo giustamente remunerativo. Insomma, questo patrimonio che era sopito si è risvegliato e sono rinate quelle “ Sagre dei Bisi” nei paesi produttori a testimonianza di un nuovo interesse che la riscoperta di tradizioni di sapori e di saperi evidenziano ad ogni primavera!
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