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Il riso

E’ stato definito, nell’antichità, “…nutrimento laudabile adatto ad ogni età ed in ogni contrada” ed il viaggio dell’uomo attorno al riso parte dalla Cina ed è proseguito per millenni senza fermarsi. Si è attardato in Oriente prima di arrivare da noi, ha preso il nome dal Sanscrito e si è irradiato in tutto il bacino del Mediterraneo. Arrivato a quel grande incrocio fra Oriente ed Occidente che è Venezia si è fatto apprezzare già da otto secoli.
E così, una volta di più, i veneti hanno dimostrato di essere all’avanguardia.
Venduto a chicchi nelle spezierie, utilizzato per tisane ed infusi e poi entrato, maestosamente, in cucina (nel 1450 il Maestro Martino Da Como scrisse che”.. andava coto con bono brodo de capone o d’altro pollo grosso”) il riso è arrivato a noi, a Grumolo delle Abbadesse, già nel ‘500 ed ha determinato bonifiche, costruzioni di ville di una nobiltà veramente interessata a questa nuova fonte d’alimentazione, nuovi usi ed abitudini entrati nella tradizione dell’uomo. Espressione di felicità, di augurio di buona vita, ha valenza simbolica di unità: risi crui in cesa, riso coto in tola ne esprime il senso.
Nel paesaggio dal disegno semplice e lineare si celebra in queste terre sempre più vicine a Vicenza, senza avvedersene, quello sposalizio fra terra ed acqua che ci dona un alimento di grande dignità che culture e religioni diverse celebrano.

Il Vialone nano e il Carnaroli di Grumolo
L’avevano in feudo le monache Benedettine, pochi anni dopo il Mille, questi terreni attorno a Grumolo e dopo alcuni secoli quei terreni incolti, acquitrinosi, diventano un paradiso produttivo. Oltre 350 sono gli ettari coltivati e di questi circa 200 sono a risaie. Si costruì una fitta rete di canali e corsi d’acqua, ivi comprendendo la famosa Meneghina che attraversava il centro abitato e permetteva il raccolto su chiatte, trascinate da cavalli, nei magazzini della corte benedettina.
E la produzione di riso vicentino si estendeva anche nei paesi limitrofi: a Bolzano Vicentino, a Torri di Quartesolo, tutt’intorno ai Colli Berici, in quelle terre bonificate fra Barbarano e Lonigo.
Le monache restarono proprietarie dei terreni fino al 1807 quando Napoleone le trasferì al demanio.
Ora la produzione del riso a Grumolo ha subito una riduzione, rispetto alle quantità che nei secoli scorsi venivano “a frutto”: ma la qualità non è cambiata.
Si produce qui un Vialone Nano, ottenuto dall’incrocio di due qualità (il Vialone ed il Nano), un riso semifino, splendido per risotti per le sue capacità di crescita e di assorbimento dei condimenti. Qui si lavora ancora in acqua “pulita” e non è difficile vedere, nelle risaie che poco a poco imbiondiscono, spettacoli di antica bellezza come il volo di aironi. In condizioni ideali come queste, come si può tralasciare la coltivazione del Carnaroli, re dei risi? Produzione limitata, certo, ma importantissima per il livello che permettere di raggiungere in gastronomia.
E’ in corso, da parte delle autorità provinciali e cittadine, la salvaguardia di questo patrimonio e si è già costituito un Consorzio, adottando un disciplinare di produzione ed un punto vendita comune. E’ operazione intelligente quella di preservare la fama e la qualità di un prodotto fra le prime cinque specie alimentari fondamentali!

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