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La patata
Sembra incredibile che l’uomo scopra un bene tanto prezioso come la patata, arrivata in Europa nel 1535 con il rientro dal Sud America di Francisco Pizarro, e non capisca fin da subito quanto importante sia. C’è voluto tempo e fatica perché la patata potesse imporsi, da noi in Italia ben più che in altri paesi d’Europa.. Ci sono voluti quasi tre secoli perché si capisse di quale tesoro si era in possesso. E’ vero che all’inizio era oggetto di sospetti perché l’erroneo tentativo di mangiarne le foglie produceva avvelenamenti, perché era coltivata dagli indios, dei quali ci si chiedeva se erano figli di Dio o del Demonio, perché la Bibbia non citava questo frutto della terra, ma è comunque inconcepibile che i nostri avi non abbiano capito quale “ricaduta” miracolosa si potesse ottenere dalla sua coltivazione. Ed i veneti ed i vicentini, in particolare, sull’argomento hanno avuto diversi, importanti momenti. A cominciare dal Pigafetta che conobbe questo tubero e ne parlò per primo, già nel 1519, assegnandogli pure il nome, a Vitale Magazzini che stampò a Venezia nel 1625 un volume ove parla espressamente di patate, “portate qua di Spagna e Portogallo”. Alla fine del ‘500 l’Orto Botanico di Padova documentò la presenza della patata in Italia e nella seconda metà del Settecento i fratelli Arduino, veronesi, si distinsero nella promozione di questo tubero. Per non parlare di un volume che è una pietra miliare nella storia della patata, scritto dal veneziano Giovanni Biadene massima autorità nel mondo della pataticoltura. Si arriva così al ‘900 quando iniziò, anche da noi la coltivazione intensiva in quei luoghi naturalmente vocati: la pianura con i terreni alluvionali solcati da un corso d’acqua che cambia per ben tre volte il nome. Nasce come Agno dai monti delle Alti Valli Vicentine, diviene Guà nel suo primo tratto in pianura e muore, in mare, come Frassine o Fratta.
La produzione vicentina Così, nel Basso Vicentino, in quella zona di pianura che è per noi ai lati dei Colli Berici, pianura condivisa con Verona e con Padova, in questi terreni di base sabbiosa ma che hanno argille ricche di ferro, d’origine vulcanica, tanto da essere chiamate “terre rosse” si sviluppò la coltivazione di una patata che ha trovato il suo habitat ottimale. Il prodotto, di per sé eccellente, appariva anche più attraente per la lucentezza e la particolare colorazione della buccia: nacque la “patata dorata del Guà” che ha goduto del lavoro attento e puntuale, che ancora prosegue con tecniche d’avanguardia, della Stazione di genetica e Sperimentazione Agraria “Strampelli” di Lonigo (Vi). Cura del prodotto a partire dalla concimazione, di solo letame bovino che non influenza il sapore del prodotto. Poi un’aratura attenta ad un rimescolamento per un terreno che aiuti lo sviluppo della patata. Non basta: i tuberi piantati sono tutti esenti da virus ed il diserbo e la lotta contro i parassiti è oculata. Si cerca di stare il più lontano possibile da prodotti chimici di sintesi per evitare impatto ambientale. Così la patata dorata del Guà si riconosce per una pelle color oro, una superficie chiara, con occhi molto piccoli, per una scarsa presenza d’amido e fibra, che la rende più godibile. Vi è un’Associazione Produttori Patate (APPA) che riunisce cooperative e singole aziende e che si preoccupa del commercio di questi 600 mila quintali prodotti. Il marchio “ Dorata” ha sbocchi in supermercati della Lombardia, del Piemonte, dell’Emilia e nell’Italia Centrale. Varca anche i confini e si trova in mercati di consumatori esigenti come la Svizzera e la Germania! E all’APPA si deve lo sforzo compiuto teso all’ottenimento della Denominazione di Origine Protetta per il riconoscimento di qualità a livello comunitario il che permetterebbe una maggior conoscenza del prodotto. Attualmente solo il 50% della produzione è riconoscibile nella sua provenienza dai banchi del dettaglio, condizione che cambierebbe radicalmente con la Dop.
Un universo di sapori Ma vi sono anche luoghi di montagna che, sia pure di piccole dimensioni, sono dei veri “orti” di montagna ed hanno produzione di patate da oltre un secolo con risultati degni della migliore gastronomia. Il versante occidentale dell’Altopiano di Asiago, segnato dalla Val d’Assa, è ammantato di boschi e da un corso d’acqua che scende dai monti. Accanto vi è un terreno, un piccolo altipiano, che è a quota 800/ 1000 metri. Qui sorge un piccolo paese, Rotzo, che nella lingua cimbra significa “roccia” e proviene da “rotz” nella loro parlata. Era l’ultimo quarto dell’800 quando un abate, Agostino Dal Pozzo, nelle sue Memorie Istoriche pubblicizzò la coltivazione della patata che gode di un terreno a struttura ben drenata, tipico dei materiali morenici. In più la pioggia primaverile si accompagna a temperature fra i 18 ed i 20 gradi, perfette per lo sviluppo della pianta. Così, se da una parte ne deriva da questo clima una quantità di amido ideale, dall’altro la freschezza evita sia le sofferenze della siccità che il propagarsi di muffe infestanti. Piantate fra marzo ed aprile (oltre 60.000 piante per ettaro), concimate con stallatico bovino e poche fertilizzazioni integrative, curati i terreni e rincalzati a dovere, si ottiene una produzione di oltre 3.500 quintali, affidata a piccole aziende a produzione familiare. Sono in corso le procedure per l’ottenimento la certificazione ed il marchio territoriale “ Patata di Rotzo”. La Festa della Patata, alla prima domenica di settembre, vede gli gnocchi protagonisti della giornata ed acquirenti che riescono a mettere le mani su questo “tesoro” della montagna. Accanto, geograficamente vi è il parco naturale di Tonezza, Posina e dell’Alto Astico, anch’essi luoghi deputati alla produzione di patate. Si punta qui sul “naturale” ad un biologico che ha le sue basi nella cornice naturale e nella tradizione familiare della coltivazione dei campi, da sempre legata alle usanze, oggi tutelate anche da uno specifico disciplinare di produzione. Quello della patata vicentine è, in definitiva, un universo di sapori che sagge manipolazioni esaltano senza alterare, che continue selezioni continuano a modificare alla ricerca, mai finita, del “meglio”.“ Benedetta patata” scrisse nel 1778 l’agronomo Battarra nel 1778: ha ancora ragione!
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